Capitolo primo : SFORTUNATO
Mio padre era un incosciente ma non era il suo unico difetto. Già nella pubertà aveva iniziato ad avere problemi seri con l’uso smodato del vino a cui faceva ricorso perché, a sua dire, era timido e l’alcool lo disinibiva. In effetti il bere lo rendeva si più socievole ma non impediva alla sua balbuzie di manifestarsi e neppure alla gobba di rimpicciolirsi.
Mio nonno Edoardo era un uomo d’altri tempi, con la cinghia se la cavava bene ed era fermamente convinto che un carico di botte settimanale servisse da deterrente per i vizi dell’anima. Non faceva distinzioni, batteva tutti, mia nonna, il fratello di mio padre e mio padre più di tutti. Il poveretto, che già aveva i problemi suoi, sublimava nella pittura. Dipingeva marine ad olio, mio nonno non apprezzava la sua vena artistica e i quadri finivano spaccati o sul fuoco. Poi un giorno al vecchio gli prese un ictus e dopo una settimana lungo disteso per terra mio padre si decise ad andar a chiamare l’ambulanza.
All’ospedale dissero che se fosse stato ricoverato un po’ prima magari con il tempo avrebbe potuto salvarsi ma messo come era messo era meglio se gli facevano una bella puntura di potassio e buonanotte ai suonatori. Mia nonna che soldi per mantenere un invalido del genere in casa non li aveva fece finta di essere sorda e così il vecchio fu ricoverato in chirurgia con una diagnosi di peritonite. Inutile dire che l’operazione non ebbe esito positivo e dalla chirurgia il buon vecchio Edoardo passò direttamente all’obitorio. A quel punto il mio caro babbino divenne il capo famiglia e per tirar la carretta decise che nonostante i miei sei anni dovevo contribuire anche io al bilancio familiare. Il fratello di mio padre, di lui più giovane di un anno, era un uomo debole e meschino. Con la scusa che era anche lui balbuziente e che le donne lo schivavano come la malattia o la fame si faceva scudo di mia nonna e passava le intere giornate in casa davanti al fuoco a frignare che voleva una donna vergine, bella e anche rispettosa della figura maschile. Alla fine sposò la scema del villaggio ma era vergine e quello, per quel topo di fogna, era già più che sufficiente. Tornando a me, come dicevo, dovetti andare a lavorare. Il fratello di mia madre, un uomo calvo e grande obeso, era un piccolo imprenditore. Mio padre mi mandò a bottega da lui. Si occupava di pulizie di canne fumarie; in pratica era lo spazzacamino del borgo e dato che per certi lavori occorrevano corpi minuti fu ben lieto di assumermi. Il mattino andavo alla scuola pubblica che distava sei kilometri dalla nostra casa e poi, allo squillare dell’ultima campanella, andavo direttamente a bottega e poi su per i camini a cacciar giù la caligine. Questa storia andò avanti per un bel pezzo fino a quando non mi dissero che non stavo frequentando la quarta media perché era una classe inesistente.
Questa notizia mi gettò nel più profondo sconforto e allora decisi di abbandonare la mia famiglia e di andare per il mondo a cercar fortuna. Mi ricordo ancora come fosse ieri di quella sera che detti l’annuncio ai miei famigliari. Era una bigia giornata di novembre, sulla città una pioggia battente opprimeva gli animi dei villici che stavano tutti acquattati nelle proprie dimore, chi a perdersi in un inutile chiacchiericcio, chi in un silenzio ottuso a guardare le spoglie pareti. I miei erano tutti in cucina, attorno ad un desolante desco bandito unicamente con poche cipolle e tozzi di pane raffermo. Mia nonna, ormai una mummia decrepita e totalmente cieca, sferruzzava una coperta all’uncinetto completamente senza forma e a colori bizzarri. Mio padre, ormai schiavo del vizio, tracannava dell’aceto o del dopo barba non ricordo bene. Mia madre, che nel frattempo era morta di parto da due anni, giaceva in uno stato di semi putrefazione vicino al camino dove Bobi, il nostro cane, ne mordeva il cadavere per nutrirsi con gli ultimi brandelli di carne rimasta attaccata a quelle povere ossa. Mio zio, quell’inutile essere, seduto su di una seggiola sbilenca, continuava a ripetere come un disco rotto “ho fame, polpa, polpa, voglio polpa” e mentre continuava con questa solfa accarezzava la coscia della sua moglie scema che con un sorriso ebete sulle labbra spandeva bave sulla tavola. Ritto in piedi con lo sguardo fermo e deciso dissi: “ Ho deciso di dare una svolta alla mia vita. Non voglio finire i miei giorni nell’abbruttimento totale nel quale voi stessi vi siete cacciati. Tu, babbo, non so se mi fai più schifo o pena ma credo che lo schifo sorpassi la pena di alcune leghe. Sei un vigliacco e come pittore non hai futuro. Zio, io ti disprezzo, mi dai il voltastomaco e il trovare ripetutamente la tua biancheria intima sporca sul cuscino del mio letto mi ha definitivamente stancato, sei uno squallido inetto e se lo vuoi proprio sapere tua moglie ti tradisce ripetutamente con il postino! Cara nonna, tu sei l’unica persona qui dentro di cui io abbia rispetto ma oltre che cieca sei pure sorda e quindi è del tutto inutile che io stia qui a cianciare per nulla. Un futuro radioso e pieno di promesse m’attende oltre quella porta che io intendo varcare per non far mai più ritorno in questo luogo di degrado assoluto. Addio”. Avrei voluto dire qualcosa anche ai miei cugini Rino e Pino, due gemelli siamesi uniti per l’addome, che come loro solito stavano sulla logora ottomana a bisticciare rifilandosi dei sonori ceffoni a vicenda ma lo trovai inutile. Mio padre ebbe un sussulto, scagliò la bottiglia da cui stava bevendo contro il muro ma avendo bevuto troppo sbagliò mira colpendo al capo la povera nonna che svenne per il colpo. Disinteressandosi completamente della vegliarda il meschino genitore mi disse:” Brutto piccolo pidocchio, approfittatore, ingrato! Ecco la ricompensa per averti tirato su come un principino e averti dato una solida istruzione. A me non importa delle tue scellerate scelte, prima o poi, lo so, tornerai frignando alla cuccia, Dio pensa a tua madre, così le spezzerai il cuore!”
“Il cuore di mia madre se l’è mangiato Bobi vecchio tricheco, non vedi dunque giacere laggiù il corpo senza vita di mia madre, Tua moglie!”
Ebbe un momento di evidente imbarazzo e poi si afflosciò senza forze sulla seggiola e non proferì più parola. In un silenzio rotto solo dal rumore delle sberle dei due cugini salii nella mia camera, raccolsi le mie poche cose e abbandonai la casa che mi aveva dato i natali. Dietro di me un capitolo della mia vita si chiudeva e a passo deciso avanzavo in un futuro che non pensavo potesse esser peggiore di quello a cui ero stato costretto.
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domenica, luglio 31, 2011
domenica, settembre 06, 2009
FAZIONE ATTACCA: Prodotti Avitaminici

Prodotti Avitaminici 4.444 Reiko4
Stava seduto sullo sgabello con le braccia posate sul bancone del bar da almeno due ore. Davanti a se l’ennesimo bicchiere di vodka ai frutti, albicocca per quel giro. Erano 10 mesi che mancava da li, da quando sua moglie lo aveva cacciato di casa come un cane, senza possibilità di fargli spiegare nulla, via così come se fosse stato fatto di polvere, cancellato. Cancellati 8 anni di matrimonio, cancellato tutto. Quella storiella gli era costata cara, il lavoro, la quiete familiare, il rispetto dei vicini e il rispetto per se stesso. Tutto per una serata storta, per una puttanata di nessun conto. Ma per sua moglie, per la sede centrale della sua banca quella foto che era circolata nella piccola cittadina era un torto troppo grosso e lo avevano fatto a pezzi. Se la ricordava come la prima foto della sua vita, come la foto della prima elementare dove si guardano i volti dei compagni persi per la strada ma quella era più vivida. La si vedeva bene la sua faccia piantata dentro le natiche della ballerina del ben noto posticino dove signorine della forme procaci agitavano il deretano e rettificavano le pistole dei probi cittadini del luogo. Quella serata tra compagnoni gli era davvero costata cara, nel giro di una settimana il giovane rampante benpensante vice direttore della banca rurale di una santa a caso presa dal mazzo era diventato un novello Eliogabalo, un libertino senza ritegno dedito alla crapula e al gozzoviglio. Niente da dire, lo avevano messo alla gogna come un lazzarone d’altri tempi, preso tra due fuochi. Si ricordava del clima glaciale quando quella sera era rientrato a casa e aveva trovato Gloria, la sua adorata mogliettina, con gli occhi sbarrati seduta con il culo in bilico su una seggiola della cucina.
“sei questo qui tu?” gli aveva detto con un tono di voce tagliente come il disco di una sega circolare. A lui d’un tratto gli erano apparsi due pianoforti a coda sulle spalle, si era piegato sulla foto a riconoscere la sua bella faccia che sprofondava nelle madide dune del posteriore di un’ucraina procace sudata come una cavalla dopo una corsa di trotto. Il mondo gli era passato davanti tutto di un colpo, lasciandolo indietro immerso in uno spazio freddo e gelido. Stalattiti millenarie una dietro l’altra gli si erano conficcate nel cervello.
Non riusciva a dire nulla balbettava come Pappagone e non riusciva a cacciare una frase di giustificazione. Lo sguardo di Gloria, la sua Gloria lo perforava e bruciava secondo dopo secondo la somma dei loro giorni felici vissuti insieme. Si bruciava il loro idilliaco amore iniziato alle scuole superiori, i giorni dell’università, la festa della sua laurea in economia e commercio, la festa in campagna della laurea di Gloria in Lettere. Quella festa deliziosa sotto la pioggia con la proiezione delle loro foto fin da ragazzi in braghette corte, la torta con le candeline. Andava a fuoco il suo incarico alla banca, incarico che suo suocero gli aveva trovato appena un mese dopo la sua laurea, la loro casa nel quartiere residenziale appena costruito, tutto a puttane, alè in compagnia dell’ucraina che per un foglio da cento gli aveva fatto vedere la topa da ben vicino e gli aveva rianimato il pistolozzo con un paio di carezze ben assestate. Poi il giorno dopo le cose erano precipitate al lavoro. Nella sua scrivania, appena arrivato , trovò la fotocopia a colori dell’attimo fuggente incriminato e una bella scritta a pennarello rosso: “ Mangiami stà scoreggia direttore!”.
Davvero un incubo in tre dimensioni vero e pesante come un macigno scagliato da un ciclope incazzato sulla sua testa. Non passarono neppure due ore, che lui trascorse rinchiuso come un frate minore dentro il suo ufficio, che arrivò la telefonata della sede centrale che lo invitava, con solerzia, a presentarsi dal responsabile delle filiali per la sua regione. Furono quaranta chilometri di auto misti tra il mondo dei ghiacci e il tormento delle fiamme dell’inferno. L’uomo in grisaglia lo aspettava nel suo ufficio. Il delegato del padreterno lo accolse con uno sguardo di ghiaccio. Alle sue spalle una splendida scultura lignea di padre Pio e un’immagine della santa protettrice della banca. Non furono molte le parole che riuscì a decifrare ma spiccavano per la loro reiterazione termini quali vergogna, non possiamo ammettere…lei capisce…il prestigio…i nostri clienti. La concretizzazione di quel dialogo era l’esplicita richiesta di sue immediate dimissioni almeno per evitare l’umiliazione ulteriore, non per lui ma per la povera consorte, del licenziamento. Peggio che rubare, peggio che uccidere. Non si poteva concepire che uno zelante scherano di quella accolita di ipocriti stesse accucciato al culo di una EXTRACOMUNITARIA, forse nella complice oscurità delle mura domestiche, ma mai e poi mai sacrificare il prestigio dell’azienda all’altare della fregna. Questo era quanto. Ma non era una situazione nuova anche per lui, in effetti si ricordava con quanta dovizia aveva fatto licenziare uno dei suoi cassieri perché si mormoreggiava in giro che fosse l’amante di una negra, una negra di quelle nere come l’ebano che lavorava per un’impresa di pulizie nella sua filiale. Tra i due era nato l’amore e il cassiere non si vergognava di farsi vedere in giro con lei. Una lettera, una telefonata e il giovanotto si era ritrovato per la strada. Tutto chiaro no? Questo e’ il gioco. Ma in quel gioco adesso era lui la carta da scartare e gli faceva male. Dimissioni, una macchina da 60 milioni venduta per un’utilitaria, cinque scatoloni nel baule e la sua vita era sparita lungo la strada privata del suo quartiere modello. Un amico, uno di quelli che quella sera era con lui gli diede una dritta e con un po di culo lo fece assumere come vice direttore in una sala del bingo. Niente male, niente male per un disgraziato, per un nulla ma per lui era umiliante girare come un pinguino per la sala a controllare le cartelle, ad indirizzare i camerieri e i venditori ai tavoli. Santo dio che miseria. Faceva i conti con tutta quella merda seduto in quel baretto della statale appena fuori dal mondo idilliaco della sua cittadina linda linda. In effetti a ben pensarci quella che lui amava chiamare “la mia città” era poco più che un buco verminoso nel bel mezzo di una distesa di ettari di granturco e barbabietole che nel periodo invernale sprofondava in una coltre di nebbia densa come latte. Per non parlare dell’estate quando una cappa d’umidità faceva infradiciare gli abiti come piovesse. Volteggiavano nel cielo notturno dell’estate sciami di zanzare assetate di sangue pronte a lanciarsi come kamikaze impazzite su ogni pezzo di carne che deambulasse. C’era un cinema, cinque chiese, un ospedale mezzo finito e mezzo fatiscente, un bel palazzo del comune e delle casacce costruite a cazzo sparpagliate senza criterio da una mano di un gigante cieco. Ma c’era pure la sua banca, l’associazione degli agricoltori dove manco per il cazzo ci entrava il bracciante ma tutti spavaldoni con pezzi di terra dove ci dovevi sudare la camicia per correrci fino alla fine, anzi era meglio che ti comprassi un motorino per attraversarle, sperando ovviamente che non ti finisse la miscela. Oltre a questi bontemponi il tessuto sociale era animato da quattro bottegari che stavano calando le braghe davanti alla nuova invenzione di un centro commerciale costruito con i soldacci degli stessi landlords tanto amanti della vita cheta e rilassata che solo l’ambiente rurale sapeva donare. Loro e i loro trattoroni, le loro macchinone sporche di fango e le camice immancabilmente bianche il di della domenica mattina prima di andare alla messa. Era stato uno di loro e sotto sotto lo era ancora. Cercò di scrollarsi di dosso questi pensieri e fece mente locale sul perché fosse ritornato lì. In effetti aveva ancora le chiavi di casa, aveva ancora diritto per legge di avvicinarsi a quella che era stata la loro comune dimora. Magari Gloria aveva sentito la sua mancanza, magari la ferita si era cicatrizzata, magari… Gli mancavano tanto le sue comodità, il morbido della sua poltrona, le braciolate la domenica con gli amici di famiglia, la tele a 40 pollici, il dvd, la vasca con l’idromassaggio, Dio gli mancava Gloria. Con quelle sue tettine così ben tornite, la sua pelle profumata e quella sua topina dove ogni venerdi’, sabato e domenica che il signore comandava in terra lui mandava il suo savoiardo in esplorazione. Poi il sabato ci scappava pure il pompino, superbo atto di perdizione sensuale…ahhh Gloria Gloria delle mie brame. Ormai aveva deciso doveva riprovarci. Prese coraggio e pagata la bolletta alcolica al tizio scalcinato dietro il banco uscì verso la sua fiammeggiante 600 giallo taxi presa usata, quasi nuova, a un tot al mese che gli decurtava la paga da pinguino. Grazie al cielo almeno c’era l’autoradio e con se aveva portato dei nastri, roba vecchia ma evocativa. Una bella raccolta di brani anni settanta che si era fatto registrare da Gino un vendi-cartelle del bingo che arrotondava lo stipendio facendo il dj in una discoteca di periferia dove vecchie caldaie divorziate o zitelle con il culo debordante si facevano intortare da pii pellegrini con il moccolo infiammato ai fine settimana. Brano di prestigio “gloria” di Umberto Tozzi, versione originale e rimixata. Gli venivano in mente le giostre dove i ragazzi dei poveracci andavano con le malboro da dieci incastrate nelle maniche arrotolate delle t-shirt a tirate cazzotti al tirapugni strombettante vicino all’autopista. Lui ci andava con i suoi amici da ragazzo, ma a differenza di quei figli di braccianti, di mezzi morti senza nessuna prospettiva se non l’andare alla fonderia o all’impalcatura, lui ci passeggiava e basta, ridacchiava con i suoi allegri compagni e poi si faceva vedere dalle stronzette che assiepavano la piattaforma dei dischi volanti. Tra quelle c’era sempre una carina a cui far segno, poi per una settimana potrebbe essere stata nominata la sua fidanzata e girare sul suo caballero 50 sei marce a scorazzare per il viale centrale della “città”. Bei tempi quelli. Adesso invece un brutto temporale che sembrava non passare mai faceva precipitare sulla sua testa una pioggia solforica fatta di distillato di pura sfiga. Barba incolta da tre giorni, alito vinoso, braghe di tela da quattro soldi, automobilina da guappo di quartiere periferico e una mazzetta di fogli da dieci euro in tasca. Declino e caduta di un occidentale insomma. A un passo dalla soglia di povertà gli toccava scoprire controvoglia che significasse tenere a bada i suoi desideri anche quelli minimi tipo di prendersi una vacanzina striminzita di una settimana in un qualsiasi buco di culo estivo. Era davvero sfessato, con la rompicoglionite acuta che gli mordeva il bassoventre come una tagliola per orsi. Tenendo la musica a palla percorse i tre o quattro kilometri che lo separavano dalla “ville lumiere” culla della propria infanzia e sede del suo ex nido d’amore. Al cartello che recitava l’inizio del territorio urbano abbassò il volume per non farsi notare. Per essere un fine settimana si sarebbe potuto pensare che una pestilenza spaziale si fosse abbattuta sulla cittadina, poche macchine in giro, solo la luce dei bar vomitata sulla strada segnalava la presenza di umanità varia all’interno di quegli antri. Passò per la piazza principale davanti al bar “Centrale” (un colpo di genio aveva illuminato il primo proprietario per quel nome che sprizzava originalità) dove per tanti anni si era ritrovato con i pezzi buoni della città. Cercò di vedere attraverso le vetrate se riconosceva qualche volto ma i vetri erano stati sostituiti da un nuovo modello brunito e riflettente, di quei vetri che permettono a quelli che sono dentro di guardar fuori senza esser visti. Tutto a soddisfare il voyeurismo dilagante nell’allegra società contemporanea. Anche la vecchia insegna esterna era cambiata, non più rossa con i neon all’interno ma una più consona alle nuove direttive per il mantenimento dell’aspetto estetico dei centri urbani. Un bel scrittone giallo oro con due stelle roteanti ai lati ma però opportunamente illuminato da luce indiretta proveniente da due faretti modello antiaereo. Accelerò un po troppo bruscamente facendo pattinare le ruote mentre sterzava, sicuramente da oltre quelle vetrate qualcuno aveva notato il seicentino giallo nella sua roboante ripresa e lui si immaginava i commenti; commenti che lui per primo avrebbe fatto su qualsiasi tamarro da casermone periferico in vena di fesserie serali il di della festa. Si accese una paglia, una multifilter di quelle lunghe col pacchetto color marron, brutte, cattive e pestifere. La tipica sigaretta del pezzentone che però tira a darsi un tono, che facciano cagare non conta una mazza ma col pacchettone lungo e il filtro bianco ai carboni attivi…bhe insomma, almeno sei uno stronzo che galleggia in una vasca di piscia! Le bevande consumate al baretto gli avevano gonfiato la vescica e dato che l’alcool, come è risaputo, fa gas, anche il budello si era gonfiato a dovere, a farla breve doveva espellere il surplus d’aria immagazzinata ma soffrendo di colite temeva che al primo sbuffo deretanesco gli sfuggisse oltre all’agoniato peto anche del liquido fecale risultanza dei beveraggi di scarsa qualità e del misero pasteggio fatto di tramezzini gusto uovo, tonno e cipolline. Stringendo denti e ano, alzando un po la natica destra dal sedile,diede fiato alla tromba. Eccola là che partiva nell’aria la nube tossica, piccola Bhopal in formato monodose, ma quando tutto sembrava filare liscio gli scappò quel tanto di sciolta da umidificargli chiappe e mutanda. Non un disastro ma quel tanto di spurgo velenoso e acido che trapassa le mutande e fa il chiazzone verso il basso delle braghe. Pensò che tutto sommato nessuno lo avrebbe visto e quindi il danno era limitato al fastidio tra le chiappe e al discreto puzzo di merda che si sarebbe portato dietro fino al suo rientro a casa. Li di sicuro c’erano ancora i suoi vestiti, la sua biancheria e sua moglie non avrebbe potuto di certo negargli almeno un bidet, cribbio era anche suo quel bagno, anzi quei tre bagni! Prese il vialone che portava verso il quartiere residenziale dove al n° 18, immersa dietro una siepe di pseudolauro, adagiata su un simpatico giardino abbellito da alberi ornamentali stava la sua magione. Diede un po di gas portando il seicentino a quota 80 kilometri orari, velocità non consentita nei centri urbani, ignaro del fatto che da alcuni mesi il Comune in affanno con le entrate, nel zelante tentativo di far rispettare le norme del nuovo codice della strada, aveva istituito il servizio notturno della polizia urbana. Laser alla mano il vigile scelto Marisa Alibrandi coadiuvata dal vigile Marcello Filippini puntò il rilevatore verso quell’unico mezzo in arrivo notando sul display la velocità di Kms 83,5, velocità non consentita e passibile di multa di euro 250. Con un gesto del capo mise in moto il suo fedele partner il quale con posa marziale fece un passo in avanti sulla carreggiata esponendo la paletta, ambasciatrice di disgrazia per ogni guidatore. Gli sembrava impossibile, chi poteva sbucare da dietro quel tiglio con una paletta in mano, non era certo febbraio con il carnevale che impazzava, non certo la polstrada, li non c’era spazio per la macchina…….fu preso da sgomento mentre staccando il piede dall’acceleratore individuò i due scooter della municipale milizia. Marisa Alibrandi, vigile scelto classe 1963, si accostò al finestrino e lì incrociò il suo sguardo con il suo, la riconobbe subito, come un incubo in tre dimensioni rivide la sua vecchia compagna di classe, la Marisa detta Pastasciutta per il suo soprappeso, Marisa dal pianto facile che lui si era divertito mille volte a prendere in giro. Adesso Marisa stava lì, nella sua bella divisina bleau con i galloni gialli sulle spalline, sempre lievemente in soprappeso e lui era alla sua più completa mercè. Anche lei lo riconobbe, il drittone dello scientifico, uno dei fighetta che l’avevano umiliata per 5 lunghi anni di scuola. Aprì la portiera della macchina e scese e con lui, attaccato al culo con lo spago invisibile, il vento caldo generato dal buio anfratto sito tra i suoi glutei. “Ciao” provò a dire e per tutta risposta si sentì rispondere con un freddo “buonasera, patente e libretto per favore”. Marisa storse il naso, le sembrava che quella macchina fosse appena uscita da un’azienda agricola con il bagagliaio pieno di stallatico suino buono per la concimazione degli orti. “qui c’e’ il limite dei 50km orari, le devo elevare una sanzione, sono 250 euro, concilia?”
“Ma facevo i 55, via non mi vorrai fare la multa Marisa!” rispose con un fiato degno di un ubriacone capace di bersi pure il dopobarba per mantenersi la sbornia.
“ha bevuto per caso?” disse la Marisa
“chi io, io no, solo un birrino dopo cena!”
“Ummm, si direbbe che al bar che lei frequenta i birrini li servano in taniche da 25 litri, le devo fare la prova del palloncino!”
La nemesi era arrivata silente sotto forma di vigile, il boomerang era ritornato indietro e lui era lì nel bel mezzo della strada pronto a beccarselo nei denti.
Gli diedero il tubino con il palloncino e lui soffiò maledicendo il fatto di non essersi comperato un pacchetto di cicche, quelle forti al mentolo che se ne mangi cinque in un colpo per almeno venti minuti ti escono i ghiaccioli dalla bocca.
“tasso alcolico elevatissimo, mi sa che le devo ritirare la patente, conosce qualcuno che possa venire a prendere la macchina oppure avverto il carro attrezzi che la porti in deposito?”
“che cosa …la patente…il carro attrezzi…Marisa dai per favore ti prego, ho dei problemi, giuro che lascio ferma la macchina e la vengo a riprendere domani, questa sera torno da mia moglie, fammi un favore!”
Davvero triste, piagnucolava con gli occhi liquidi quasi a mani giunte ma di fronte aveva un pezzo di granito incastonato in un blocco di ghiaccio, niente da fare.
“Bene, allora chiamo il carro attrezzi, le sopendo la patente e le elevo la multa per eccesso di velocità.”
Rimase in silenzio mentre osservava la Marisona che con una Bic blu preparava il verbale con bella calligrafia. Prese il foglio del sequestro, lo piegò in quattro e se lo mise in tasca incamminandosi in quella notte sempre più buia.
Da dietro si senti dire “Buona notte Edoardo e buon riposo….se qualcuno ti darà un letto da dormirci sopra!”
Solo, umiliato, deriso e scacciato da tutti, che altro ancora!
Si mise in cammino a testa bassa come un bue al quale avessero messo un giogo troppo pesante con attaccato un aratro con cui solcare l’asfalto. Pensieri cupi di vendetta iniziarono ad accalcarsi nella sua testa, foschi desideri di rivincita, lui sarebbe tornato, si sarebbe risvegliato da quell’incubo e avrebbe fatto strage come l’angelo sterminatore delle piaghe bibliche. Doveva solo avere un po di pazienza, ormai il fondo lo aveva toccato per davvero e non aveva altra scelta che risalire e il primo gradino da affrontare era Gloria.
Si preparò mentalmente un discorso da farle con il cuore in mano, un discorso da uomo che sa di aver sbagliato ma che desidera redimersi, che vuole ritornare come un figliol prodigo al gregge che sulla retta via percorre gli anni della vita terrena nella consapevolezza che maggiore è il peccato tanto più profondo sarà il perdono. L’unica nota dolente era il bruciore che gli stava divorando l’interno delle chiappe, per il resto aveva ritrovato spirito. Si accese un’altra sigaretta guardando sconsolato il pacchetto stropicciato dove erano rimasti unicamente tre cilindretti di carta bianca con il loro contenuto della preziosa miscela di tabacchi virginia. Dopo dieci minuti era arrivato, la vide la sua bella casetta, oltre la siepe, oltre il giardino in rilievo su una piccola dunetta che gli era costato un bel andar e venir di camion di terra di riporto per conferirle quel suo aspetto tipico della casa di uno che sta un mezzo metro più in alto del volgo. Suonò al citofono con il cuore che gli batteva il sangue in gola aspettandosi che dallo scatolotto metallico lo raggiungesse la voce della sua amata mogliettina, ma niente. Tutto era spento, nessuna luce scivolava fuori dalla ampia vetrata del salotto, niente a testimoniare che lei fosse in casa. Pensò allora che fosse uscita con le sue amiche, in effetti il venerdì andava in palestra e magari poi era rimasta fuori a mangiare qualcosa con loro. Povera Gloria, sola, senza il braccio forte e confortevole di un uomo, sola nelle notti d’inverno quando voltandosi nel letto non trovava il suo caldo abbraccio, il rassicurante tono della sua voce. Gli si strinse il cuore. Rovistò nelle tasche fino a trovare il mazzo delle chiavi. Aprì il cancelletto e si immise nel vialetto che conduceva all’ingresso della casa. Guardò il giardino, perfetto, tagliato di fresco con l’acero siliquanda che faceva bello sfoggio di una chioma scura di foglioline color vinaccia, guardò il piccolo roseto a cespuglio, quelle rose candide che a Gloria piacevano tanto; trovare quella particolare varietà gli era costato un occhio sia di soldi che di tempo ma alla fine lo aveva rintracciato presso un noto vivaista di Pescia. Poi le due aiuole, meravigliose con l’impianto a goccia, con la pacciamatura giusta, il temporizzatore stava poco più in là pronto a dar vita a piccoli rigagnoli d’acqua che le mantenevano sempre fresche e dai colori vivaci. Tutto molto bello, tutto molto curato come le mani di una bella donna con gusti sofisticati. Aprì la porta di casa ed entrò. Accese le luci e rivide tutto quello che gli era stato negato per tutti quei mesi di purgatorio, la specchiera fine ottocento meravigliosamente contenuta nella cornice intarsiata a mano, comperata da un noto antiquario di Padova amico fraterno del babbo di Gloria, il mobiletto in stile povero, in puro massello di noce impreziosito da ninnoli di cristallo di Murano tanto cari alla sua dolce. Il pendolo a parete, bello massiccio con tutte le sue catene ottonate che sostenevano il peso degli ingranaggi di carico, perfetto nella sua riproduzione del quadrante Old British. Già dall’entrata si spandeva per tutti i locali quel fragrante profumo di essenza di bergamotto che purificava nella sua contenuta dolcezza. Passò poi in salotto per rimirare di nuovo il suo luogo preferito per l’agio. Il comodo divano in pelle bianca, il tappeto persiano Qsciam in seta morbida quanto un fazzoletto e le eleganti piantane in metallo anodizzato con coperture in vetro opacizzato dipinte a mano. Le porcellane in stile moderno sembravano sempre in precario equilibrio, opere uniche fatte da artisti contemporanei con impianti tradizionali, sapiente miscela di caolino quarzo e feldspato.
Ai piedi del tavolino centrale in acciaio tubolare con cristallo fumeè vide un paio di mocassini Tod’s color pastello, erano quelli che contenevano i piedini da cinesina della sua bella. Ad un lato dell’ambiente faceva bella mostra di se un Video al plasma della Waitec 40”, eccezionale per la sua definizione di immagine con un angolo visivo da 160°, assieme all’impianto dvd dolby sourraund era il suo orgoglio hi-teack. Si ricordò di quella volta che lei e lui avevano visto il film Titanic stretti l’una all’altro e avevano pianto al finale, poi nell’estasi dell’amore si erano uniti in una copula distesi sul morbido tappeto. Gli bruciava il cuore come se sopra gli avessero versato del vetriolo. Spense le luci e si sedette sul comodo divano assaporandone l’agio, chiuse un po gli occhi sperando di abbandonarsi. Odorava il profumo dell’ambiente riempiendosi i polmoni, vedeva la sua bella che si muoveva come su di un velo di ghiaccio secco sublimato, leggera come la visione di una dea. La immaginava sola ed affranta, chiusa nel suo dolore fatto di rimpianto ed orgoglio. Era quell’orgoglio che non gli permetteva di fare il primo passo verso di lui, verso la riconciliazione. Dolce Penelope ferita nei sentimenti, ma lui, novello eroe epico di ellenica memoria, era ritornato, in ginocchio ai suoi piedi per ridar vita a quel sopito fuoco che ancora ardeva nei loro cuori. Riaprì gli occhi, impelleva una doccia, doveva essere presentabile per il grande abbraccio del ritorno. Scese le scale verso il piano interrato della casa. Percorse un breve corridoio fino al bagno di servizio, quello che lui preferiva al ritorno dalle partite a tennis al club sportivo. Lo ritrovò nello stesso stato in cui lo aveva lasciato. Sulla mensola sotto la specchiera ancora la sua schiuma da barba al mentolo, il suo rasoio in bagno d’oro riposto nell’elegante astuccio drappato in damascato violaceo, i suoi profumi preferiti, fragranze che si era quasi dimenticato. Appena fuori dal bagno c’era una cassettiera con i suoi indumenti intimi e sportivi. Prese un paio di boxer Benetton verdi militare, t-shirt adidas, un paio di calzoni di una tuta della Lotto e una polo azzurrina della lacoste. Si rase a dovere, si deterse il volto con una leggera mousse vegetale e poi si improfumò come un adolescente alla sua prima uscita galante. Non si dimenticò di farsi una serie di profondi gargarismi con un collutorio agli estratti vegetali frutto della paziente ricerca di erboristi giapponesi, una boccetta costava quanto una bottiglia di Chateaux Margaux del ’58 ma rettificava il fiato come null’altro al mondo.
Era come se fosse rinato, partorito bello fresco, cancellato tutto, riportato alla vita. Si guardò allo specchio e si trovò bello, certo alle tempie i capelli gli si erano ingrigiti ma gli davano quell’aria decisa e saggia che un uomo nel mezzo della propria vita porta con orgoglio. Riprendeva stima di se, era a metà dell’opera insomma. Mentalmente iniziò a prepararsi il discorso………ineccepibile. Stava per accendersi una sigaretta ma pensò che il fumo avrebbe rovinato l’opera preziosa del collutorio. Si sedette lungo disteso sulla panca del salone che lo aveva visto mille volte anfitrione di serate tra amici. Fissava il soffitto con un sorriso beota stampato sulle labbra. Alzando l’avambraccio sinistro diede un’occhiata al suo Vetta del ’62 a movimento meccanico : 23.35, sentiva che l’ora si avvicinava e chiuse gli occhi preso da una sorta di beatitudine purpurea. Fù il suono metallico di un cancello e un vociare confuso che lo svegliarono dal suo limbo. Sempre il suo Vetta del ’62 a movimento meccanico l’aggiornò sull’orario: 02.28 ! Impossibilitato dal cacciare un bestemmione di stupore dalla sua educazione cattolica mormorò qualcosa di molto simile ad un blando “diavolo cane” o “diavolo pesce”, forse azzardò un duro “Porco Giuda!”. Preparando la sorpresa si tirò su di scatto e si nascose nel ripostiglio delle scope e delle scarpe attendendo che Gloria congedasse le sue amicizie per poi scoprirsi a lei come un angelo dell’annunciazione. Tirò la porta a soffietto e con una trepidazione infantile attese che lei rimanesse sola. Sfortunatamente quel momento non doveva arrivare. Sentì , da quel suo nascondiglio miserabile, la porta richiudersi ma non svanire il vociare a due. Una delle voci era della sua dolce metà ma l’altra? Sicuramente maschile, sicuramente riconoscibile, ma non voleva svelarsi ancora, gli sfuggiva, come rincorrere un’ombra nella nebbia. Erano lì appena oltre la sua postazione, nel salone dove solitamente ricevevano gli ospiti. La curiosità gli rodeva il cuore, perché alle due e mezzo della notte quella voce maschile aleggiava come un fantasma all’interno del suo sacrario, dentro il tempio dedicato a lui e alla sue vestale? Roso dalla curiosità, un misto di morbosità e acredine acida, tirò lievemente il soffietto della porta verso la sua sinistra in modo da ottenere una visuale striminzita sul salone. Le luci, regolabili, erano al minimo, un bagliore lattiginoso, vagamente giallastro, immergeva l’ambiente circostante in una sorta di atmosfera semiliquida, venusiana, quasi irreale. Irreale quanto quello che vide. Gloria era dritta davanti a sé, a meno di tre metri, bella ed altera, con i capelli camomilla che scendevano sulle spalle a ricoprire la camicetta rossa che le addolciva il busto fino a quel punto di stacco cromatico rappresentato da due mani maschili che le avviluppavano i fianchi. Ci sarebbero stati tutti i motivi per balzare fuori in un impeto di maschia gelosia ma una curiosità strisciante e meschina lo imprigionavano con il naso parato contro il soffietto e il manico dello scopettone che gli premeva sul culo messaggero foriero di disgrazie.
I due corpi, quello erano diventati, si spostarono lievemente sulla sua prospettiva permettendogli di inquadrarne chiaramente l’osmotica sensuale vicinanza dei loro volti. Gloria e Tambroni. Tambroni, l’amico che quella maledetta sera era con lui nel locale della lap dance, Tambroni, il brutto della compagnia, il miserabile figuro suo sottoposto, la chiavica umana da due soldi che gli aveva dato una dritta per il posto al bingo. Li vide scivolare verso terra, sul tappeto finemente lavorato, vide i loro corpi stringersi come due polipi in un crescendo sensuale. Sussurri e rantoli accompagnarono la discesa verso quel talamo di amore indegno e fedifrago. Perché sole tu non ti oscuri? Perché luna, pallida compagna di notti insonni, non ti spegni su tale delitto? Comune agli uomini è il bruciare, uno stato fisico che prevede l’annichilimento delle proprie carni interne, l’involucro rimane tale ma dentro i tessuti sublimano servi della fisica, addomesticati dalla termodinamica. Le loro bocche unite, le gambe di lei serrate sui fianchi di lui, quel sensuale groviglio corporeo che lasciava trasparire una passione oltre il sensuale, la posa volutamente inpudica, lasciva. Sotto la spinta delle acque gli argini iniziarono a sbriciolarsi in zolle sempre più grandi su ognuna delle quali c’era un pezzetto di lui. Seguì tutto l’amplesso con stupefatto interesse. Ma perché Gloria gemeva di piacere sotto la spinta del razzo mandato all’esplorazione del suo nascosto pianeta? Perché perfino la sua pelle sembrava brillare. Lampi di denso avorio polverizzato nell’aria, una nuova pomata all’estratto di carica ionica umana, clinicamente testata? No, evidentemente, non erano quelli i motivi.
Fù così che per uno stravagante fenomeno chimico-fisico si trasformò in una grande merda. La scena del crimine era perfetta: avidi d’amore, nel turbine della passione gli amanti venivan spiati dallo sgabuzzo delle scope dal “grande mucchia”, il mostruoso essere merdoso venuto dallo spazio! Inesorabile arrivò l’orgasmo, un vento caldo magmatico che gli abbrustolì il cervello in maniera definitiva. L’ipnotica apnea andò ben oltre il rivestirsi, l’accomiatarsi della coppia e lo spegnimento delle luci. Aprì il soffietto dello sgabuzzo e nella sua nuova forma semisolida arrancò fino ad una poltrona dove sprofondò inghiottito dai suoi foschi pensieri. Era davvero tutto finito, dissolto, perso. Riflettè sulla banalità della sua tragedia e gli spuntò un sorriso beffardo sulle labbra. Si avvicinò al mobiletto dei liquori e nel buio a tentoni raccolse una bottiglia. In ciabatte prese la via della porta, percorse il vialetto e dopo aver scavalcato il cancello si incamminò nel bordo finale della notte, lui e la sua bottiglia. Ci diede un’occhiata prima di dare una forte sorsata del liquore. Sfiga pure lì: era una bottiglia di Batida de Coco cimelio decennale che nel fondo del mobiletto dei liquori attendeva un grande evento come quello per essere giubilata. Cominciò a trangugiarne a sorsate sempre più grandi e nel giro di mezzora la bottiglia era vuota e il cervello spappolato. Con una sincera voglia di vomitare l’anima arrivò sul ponte che attraversava il canale in quella zona della città. Barcollando nel mezzo della strada decise per una pisciata. Ad onor del vero l’equilibrio che sorregge corpo e anima se ne era andato valige alla mano già da un pezzo e per pisciare si calò i pantaloni della tuta fino alle caviglie e poi preso da un istinto animale si denudò il petto. Lo spettacolo che si ritrovarono di fronte l’agente Puddu e l’agente scelto Lo Cascio li lasciò a bocca aperta. Che ci faceva uno tutto nudo con le ciabatte e un paio di braghe calate nel bel mezzo del ponte, completamente ubriaco o drogato, con le braccia stese al cielo e il pendaglione pisciante in azione? Lo caricarono senza tanta fatica sulla macchina e lo portarono di filato all’ospedale. Senza passare per il pronto soccorso si ritrovò a ricovero coatto nel reparto psichiatrico per evidente stato confusionale. Sulla denuncia per atti osceni c’era tutto il tempo. Si beccò una intramuscolare di valium da 20 cc, un clistere al caffè, un lavandone gastrico degno di essere fatto più a un capidoglio che a un cristiano e poi lo infilarono in una stanza in compagnia di un maniaco paranoico che la sera prima in un attacco delirante aveva dato fuoco al cane del vicino in quanto scambiatolo per il diavolo. Molte ore dopo riuscì a spalancare gli occhi al suo nuovo, inedito, meraviglioso mondo. Ebbe la netta sensazione che due bontemponi la sera prima avessero giocato una partita a freccette usando la sua testa come bersaglio. Poi passò al gusto e scoprì con suo grande stupore che la sua lingua era diventata di balsa e che dal pessimo gusto doveva essere stata infilata dentro il culo di un orso per almeno due ore. Ma furono il tatto e la vista a sconvolgerlo. Sentiva una mano nella sua, calda e sudaticcia e poi seguendo con lo sguardo l’avambraccio,poi il braccio, poi la spalla cadde nel liquido sguardo dell’occhio vigile del paranoico che lo fissava dubbioso. Che succedeva? Dove era? Chi era costui? “Ciao, io sono Ezio, tu sei il diavolo per caso?” Furono quelle le prime parole che il suo udito riuscì a percepire prima dell’urlo bestiale che gli uscì dalla gola inondando tutto il reparto e scatenando un concerto di urlacci da jungla ad opera degli altri allegri compagni di corsia. Il primo infermiere gli allungò un ceffone da incubo sulla bocca e il secondo gli fece l’ennesima pera di valium e poi tutto si fece di nuovo nero. Nel frattempo la notizia si era sparsa per la città. Nel naturale percorso di trasmissione orale del fatto la cosa si ingigantì a dismisura arrivando ad un parossismo inenarrabile. Alla povera Gloria, moglie inconsolata e inconsolabile, un’amica nel tardo pomeriggio disse che il suo ex marito era stato trovato nudo sul ponte mentre tentava di buttarsi di sotto. Sembrava pure che durante la notte avesse rubato una macchina e una ragazzina giurava che mentre rincasava un uomo nudo le era apparso davanti mentre si masturbava. Sembrava pure che in ospedale avessero accertato che era drogato pieno di eroina, cocaina, crack, benzedrina, metedrina, morfina, funghi allucinogeni, rospi psicadelici, bacche varie, etere e chissà quali altre sostanze. Sicuro era che fosse affetto da aids conclamato nonché da epatite c e tosse canina. Divenne il caso dell’anno, lo zimbello più spassoso dopo il noto caso verificatosi 25 anni prima del barbiere Brusoni che rincasando una sera aveva trovato la propria moglie a letto con un cavallo. Il giorno della sua dimissione dal reparto i carabinieri ebbero il buon gusto di caricarlo sulla loro macchina fino alla caserma dove gli venne notificata una denuncia per atti osceni in luogo pubblico e il foglio di via in quanto soggetto non gradito. Lo portarono alla stazione dei treni e lo caricarono sul primo locale per il capoluogo. Guardò per l’ultima volta la sua città passargli davanti mentre una leggera pioggia iniziava ad avvolgerla. Deglutì e respinse una lacrima sulle palpebre, sparendo all’orizzonte.
Lieto fine: A due anni da questo spiacevole fatto il nostro amico si è rifatto una vita.
domenica, agosto 09, 2009
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L'incendio
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Io e' il Ciocco eravamo cresciuti assieme, stesso palazzo, stesso asilo, stesse elementari, stesse medie e stesso biennio di superiori…poi stessa officina. Il fatto di essere sempre assieme ci aveva alla fine isolato dal resto degli altri ragazzi facendoci, al fine, chiedere perche' ci evitavano tutti come delle merde di cane ben visibili su un pavimento di marmo bianco. La risposta ci venne dopo alcuni reiterati tentativi di approccio con il gentil sesso: eravamo brutti e anche poco simpatici. Insomma la nostra accoppiata era come un ambo di numeri che mai nessuna ruota sarebbe stata in grado di esporre. Nel nostro simbiotico rapporto amicale ci eravamo scordati di coltivare la sana abitudine umana dei rapporti sociali rendendoci avvezzi unicamente ai nostri hobby. Dopo lunghi e tormentosi ragionamenti filosofici avevamo deciso di abbandonare definitivamente la scalata al regno immacolato della socialità umana, del resto la società contemporanea ci offriva palliativi e placebo sicuramente atti a soddisfare i nostri bisogni sia interiori, intellettuali e perche' no anche fisiologici. Eravamo due statue di cera, eravamo scorbutici, eravamo brutti e magari puzzavamo…ma chi, ditemi, chi non lo e' in fondo all'anima? Insomma il nostro lavoretto settimanale ci permetteva la soluzione ed il soddisfacimento dei nostri trastulli di fine settimana, ma oltre a quelli ci eravamo pure ingegnato un simpatico post- lavoro per pagare la nostra barchetta per la pesca. Il commercio secondario, questo bel polmone, ci aveva reso autosufficienti, pescatori fatti con natante in proprio. Il lavoretto consisteva nella dura e perigliosa opera di smaltimento di batterie esauste e oli bruciati. Insomma un lavoro che nessuno amava e che ai proprietari di officine costava più del giusto. In tempi di libero mercato, di globalizzazione, di incontro tra domanda ed offerta noi avevamo trovato la nostra nicchia di sopravvivenza. Le batterie finivano al fiume, cazzo con tutti i veleni che ci stavano già di suo che cazzo avrebbe voluto dire un mezzo litro di acido solforico in più? Per gli oli tutto nella fogna, ale' un mezzo quintale qua e un altro mezzo là. Nel giro di un anno avevamo dato degna sepoltura a qualcosa come duemila batterie e la rete fognaria s'era bevuta qualcosa come tremila litri di liquidame denso e nero. Gesù va pur detto che il lavora aveva i suoi rischi ma la barca s'era pagata in un batter d'occhio. Alla pesca si usciva il giovedi' notte, notte propizia per la pesca di tutto. I metodi erano quelli più proficui e meno noiosi, reti irregolari, elettricità e nelle notti estive con temporali bussolotti carichi di carburo che dopo il botto rendevano alla superficie il pescato. La pesca e' uno sport che rilassa, rende l'uomo sereno e le pance satolle. Quel giovedì eravamo davvero carichi, dopo un paio d'ore al bar a bere birre ci eravamo messi in moto verso l'attracco del nostro supremo natante usufruendo della macchina del Ciocco, una bella 128 di proprietà del nonno del sopra citato. Il vegliardo ormai stava steso da tre anni su di un letto con tanto di catetere e bacinella per le repentine evacuazioni dato che un ictus tremendo gli aveva tolto l'energia elettrica da tre quarti del corpo. Gli si muoveva solo un occhio e l'unica parola che riusciva a dire era "merda". Il Ciocco, che in fondo era un bel sensibilone, si era subito affrettato a dar la sua più completa disposizione al mantenimento del mezzo pagando tanto di bollo e assicurazione. Quella era diventata la nostra utilitaria di servizio. Raccolte le canne, le esche ed il materiale da sollazzo ci mettemmo in strada accompagnati dal bel canto degli AC/DC a manetta. Si era preventivata pure una pompa con la negretta che pascolava sulla statale ma eravamo in netto ritardo e non ci sembrava il caso di perder tempo prezioso con una troia nera per giunta. Insomma filavamo tranquilli verso il pontile sull’argine di destra del fiume quando davanti a noi si parò il destino sotto forma di apecar verde cilindrata 125. Quell’ape era del Rognoni, il vecchio frocio merdoso che abitava nella casupola appena fuori dal comune. Lo stronzo lo aveva parcheggiato nel bel mezzo della carreggiata di traverso e neppure una motoretta da invalido ci poteva passare. Il Ciocco, sacramentando come uno scaricatore, piantò il piede sul freno e il 128 mai domo iniziò una sbandata sulla sinistra ma il signore ci era amico e ci fermammo a meno di mezzo metro dal trabiccolo lamierato. “Rognoni figlio di puttana, ‘fanculo frocio di mmmerda dove cazzo stai?” si mise ad urlare il Ciocco. Le tre Dreher da 0,5 gli avevano impastato la bocca ma la mente quella era ancora in grado di reagire. Il Rognoni apparve dal lato della strada da dietro un cespuglio. Un bisogno fisiologico gli aveva interrotto il viaggio di ritorno al suo baracco in stile tardo decadentismo post-industriale. Si stava tirando su la patta dei calzoni e alcune macchie di urina stavano ad indicare che la sua minzione era stata bruscamente interrotta. Aveva il volto rubizzo e l’occhio navigato da trita bottiglie. Con la voce impastata ci disse “Ciao ragazzi, scusate, scusate!! Ma c’avevo la piscia che mi saltava fuori dall’uccello!”. Il Rognoni ci conosceva bene, più di qualche volta al cinema si era intrufolato dietro le nostre poltrone come un avvoltoio in attesa che uno di noi si alzasse per andare al cesso. Come un lupo affamato allora ci seguiva. La proposta era sempre quella: un 5.000 per vedere la brenna, un 10.000 per una toccatine. Devo pur ammettere che in periodi di borsa decrescente ed evidente recessione economica avevamo accettato dei 5.000 e anche dei fogli da 10 ma dio c’era testimone trovavamo quel vecchio un vero abbruttito e degenerato. Io personalmente lo avrei bastonato di brutto tutte le volte e gli avrei fregato pure il cuoio con i soldi dentro, un’opera di giustizia credo, ma il Ciocco si divertiva a vederlo con gli occhi fuori dalla testa in attesa che gli si svelasse l’attrezzo davanti agli occhi. Appena lo vide spuntare da dietro il cespuglio al Ciocco brillarono gli occhi. Ci vidi un lampo mefistofelico, diabolico, da vero demone. Io ero un letterato, avevo letto tutto Stephen Kink e Lovercraft, visto i film di Dario Argento e ben sapevo cosa era uno sguardo mefistofelico. Mi piaceva quel “sguardo mefistofelico” suonava bello….gotico. Come dicevo il Rognoni era in preda alla “fiaschite” ebbro di vino e altre porcherie da due soldi bevute senza risparmio in qualche bettola da ubriaconi putrescenti. Nonostante la sbronza che gli filtrava fuori dai pori della pelle come una luce dal fondo della fogna, il vecchio baldraccone era sempre in argomento: il dio cazzo serpeggiava dentro quel gomitolo di merda che era il suo cervello. Il Ciocco si voltò e mi disse piano piano: “ Oh oh guarda guarda Mirko chi c’e’ il Sindaco Rognoni….soldini in cassa questa sera!!!”Rimasi perplesso ma devo dire che l’idea mi faceva anche ridere, era un sacco che non spillavamo soldi al vecchio baluba. “Ragazzi, ragazzi miei cari ragazzi che dite di arrivare fino a casa mia vi offro un liquorino…eh che dite!!” disse la fogna umana. Rimasi a fissarlo in faccia a guardare quella bocca informe e impastata, quella faccia consumata e ricoperta da sudore e grasso, quegli occhi da porco schifoso. “Perche’ no…fa freddo dai Rognoni che magari ti faccio vedere il tubo” disse il Ciocco prima ancora che io riuscissi ad aprir bocca. Ero perplesso, ma mi dicevo dentro di me che manco per un milione gli avrei fatto toccare l’uccello, mi avrebbe attaccato chissà quale serie infinita di tumori quella merda là, se era davvero in vena di far soldi il Ciocco ci avrebbe messo del suo, io mi sarei sgollato un grappino e poi fumato una sigaretta, che cazzo!!. Montammo in macchina e precedemmo il bicocca verde del vecchio presso la sua imperiale magione. Dio Cristiano una topaia da incubo, pezzi di lamiera e galline che scorazzavano davanti l’uscio. Il Rognoni arrivò traballante e pieno di voglie dopo poco. A piede malfermo si avvicinò a noi battendoci le mani sulle spalle, a me gli venne pure la voglia di toccarmi il culo, lo lasciai fare, non volevo cacciar grane. Puzzava di scoreggia marcia, vino e tabacco da quattro soldi. Entrammo e ci si parò davanti agli occhi il suo antro. Una specie di salotto lurido, un vermaio dove un puzzo di sperma secco e vomito aleggiava come una nebbia infernale eterna. “allora che dite, dai beviamo qualcosa e poi vi faccio vedere un bel filmino ehh!!!” “dai porcello fuori il film e l’amarena” Al vegliardo brillarono gli occhi. Dalla sua cineteca tirò fuori uno dei suoi pezzi forti. Un filmino olandese da incubo. In una vecchia fattoria tre uomini nudi fottevano una donna talmente fatiscente che nemmeno se mi fosse presa la lebbra mi sarei fatto. I tre la sbattevano come uno straccio pieno di polvere, poi si misero a fottere fra loro e tocco finale dalla vecchia stalla nella vecchia fattoria tirano fuori un maiale e alla donna gli fanno toccare l’attrezzo suinesco. “ “Porca di una puttana ma fa schifo al cazzo stà roba, dico vecchio pazzo ma dove la trovi?” mi venne da dire. “Amici, me le danno i miei amici”. Provai ad immaginarmi i suoi amici, me li vedevo saltar fuori da una pozza di fango il cui fondo si adagiava al buco del culo dell’inferno. Gente con due teste mezzi cani mezzi draghi. Porca di una troia che macellame. Il Ciocco era a bocca aperta e il vecchio bavoso aveva allungato la mano. Vidi la faccia del Ciocco trasformarsi da una maschera di stupore a il volto di un quadro astratto fatto di fulmini gialli che saltavano fuori dalla tela. Il vecchio spurgo rimase fermo un attimo capendo l’entità della cazziata marziale che aveva commesso, al Ciocco scoppiò un temporale in testa e spinse via il fagotto di carne ammuffita con un urlo. “Vecchia cotica di merda, porco schifoso non ti azzardare a mettermi le mani addosso, io ti ammazzo!!” Ero indeciso se pensare se si trattasse di una bella pantomima per spillare qualcosa di cartaceo a valore corrente pagabile al portatore allo spurgo oppure se al Ciocco non fossero risaltate fuori delle reminiscenze da crociato protettore della morale, nel dubbio mi ero alzato dal comodo divanetto e mentre infuriava la tempesta d’offese e spinte mi misi a gironzolare per la bicocca del pederasta in cerca di souvenir per la serata. Mi spostai in cucina e aprii il frigo…macchè zero di zero solo vinaccio di bassa qualità e mezzo pollo lesso,doveva essere la dieta che contribuiva al declino morale di quell’uomo pensai. Intanto il trambusto iniziava a farsi un po troppo pesante e decisi di ritornare sulla scena della diatriba. Eccoli là, il Ciocco paonazzo che riempie di calci sullo stomaco il Rognoni piegato in due come un volantino del supermercato infilato nella cassetta della posta. “Hoi Ciocco datti na calmata o lo stronchi questo vecchio polmone, si va dritti all’inferno per questo, peccato mortalissimo!”. Ma niente, l’occhio assassino del Ciocco non si spostò neppure per un attimo dal suo bersaglio. Cazzo si faceva bruttina la storia. “Basta, basta, vi denuncio, vi faccio finire in galera bracconieri, ladri, bastardi figli di troie” aveva iniziato a piagnucolare il rottame dal tappeto stile persiano. Ci fu un attimo di pausa, ma era solo la calma prima della tempesta perché ormai il Ciocco era in preda ad una possessione voodoo poi alla fine prese in mano il televisore che proiettava l’immagine di un culone aperto e dopo averlo sollevato lo fracassò sulla testa del vecchio. Cristo d’un Dio, fece un crac seguito da fumanelle mentre il corpo del Rognoni si dibatteva come un pupazzo…poi niente. Sentivo il respiro del Ciocco riempire la stanza, lì fermo impalato, con il boccalone aperto a prender mosche. In piedi come un gladiatore che dopo aver fatto a pezzi l’avversario rimane intontito dal sangue e dalla fatica. Qualcosa di epico! Mi accesi una sigaretta ingollando un po di birra da una lattina che si era salvata dalla lotta, mi si era seccata la gola e non posso nascondere che una leggera strizza iniziava a contrarmi il culo. Mazza, avevamo o meglio il Ciocco aveva accoppato il Rognoni, mica che fosse stata una gran perdita ma poteva significare la fine delle nostre imprese commerciali. Proprio adesso che si pensava di cambiare vita, proprio adesso che magari si stava facendo avanti l’idea di una ragazza, di un lavoro serio, una casa, una famiglia. Due vite interrotte, rovinate da un incontro con il fato assassino. No, non mi andava la storia. Intanto il Ciocco si era ripreso, lo avevo sempre detto “Ciocco te ti fai pigliare dal nervo un po troppo, come quando si va alla pesca, c’hai troppa fretta e poi combini il casino.” Era come un bamboccione senza controllo a cui avessero tolto l’energia, piegato sulle ginocchia rimaneva seduto sulla poltrona sporca di birra sangue e sbroda ammuffita del vecchio guardandone il corpo senza vita come si guarda un gatto morto stecchito sul ciglio di una strada. “adesso che si fa? dobbiamo scappare Mirko, dobbiamo darcela a gambe cazzo!”. Ecco che non ragionava più, c’erano tracce e impronte nostre su ogni dove dentro quella topaia e magari qualcuno aveva visto la nostra macchina in precedenza sulla strada, ci voleva freddezza, intelligenza e calma. Il tutto si era svolto in nemmeno 30 minuti, che sono trenta minuti, magari un cazzo sbilenco con il suo fighino mentre si imboscavano nella boscaglia avevano sentito o visto il nostro macchinino scendere per la strada, ma erano solo trenta minuti. Mi guardai un attimo in giro, dove stava il punto debole di quella casa? La cucina: riscaldamento a gas, bombola di propano…ottimo. Decisi per un breve sopralluogo in esterno, speravo di trovare la bombola di riserva, questo vecchio sporcaccione era troppo pigro per averne una sola alla volta. Come previsto trovai la bombola, anzi le bombole nel retro della casa. Ottimo i pezzi iniziavano ad incastrarsi come volevo io. Il riscaldamento: elettrico, che puzzone schifoso, manco una stufa a kerosene! Dissi al Ciocco di non fare lo smemorato di Cologno e di smuoversi un attimino che si andava di fretta per salvare il nostro beneamato culo da quell’inghippo in cui la sua poca padronanza di nervi ci aveva buttai. “Cazzo Ciocco dai togli il televisore dalla testa del Rognoni e rimettilo sul suo tavolino e poi porta il corpo qui, mettilo seduto sulla poltrona. Mi raccomado girala verso la porta della cucina.” Detto fatto, il mio amico Golem forte della sua bruta ed innata energia si era messo in moto. Ci voleva un tocco di grazia. Corsi in cucina e con uno straccio presi in bottiglione del vinaccio dal frigo. “Bona lè! Si brinda , dai Ciocco senza esagerare aprigli il boccalone alla carcassa” “Ma che cazzo vuoi fare? Sei andato giù di matto Mirko?”. Perché mi sono sempre chiesto, perché le persone fragili di nervi e con l’intelligenza corta devono sempre fare domande o chiedere chiarimenti ai geni! Che cazzo! “Non fare domande cretine dai aprigli quella fogna che lo riempiamo di buon Trebbiano doc, almeno che voli in cielo bello carico. Il ciocco gli apri la bocca e con un dito tenne aperta la gola in modo che il vinaccio si infilasse giù dentro il sacco stomacale della carogna che già puzzava di putrefazione. Ecco era tutto pronto. Era tempo di preparare la bomba. Entrai in cucina , presi un bricco e lo riempii di acqua e poi lo misi sul fuoco, nel mentre allentai un po la gomma della bombola e li vicino ci appostai l’altra. Poi in salotto e accesi la stufa elettrica. Rientrai in cucina e con un soffio spensi la fiamma del bricco. Era tutto pronto. “Bona Ciocco si smamma!” Salimmo sul vetturino e a fari spenti iniziammo un ritorno non tanto spedito, sarebbe stato fatale uno sbarro lì nel buio a uno sputo di metri dal luogo del futuro lancio nello spazio del novello cosmonauta Rognoni Egidio. Nel mentre il gas aveva invaso la cucina e poi si era insinuato in salotto, veloce e silenzioso come un serpente il gas aveva raggiunto le resistenze arrossate della stufetta elettrica e le molecole avevano iniziato ad interagire sempre più veloci in un fascio di fuoco, poi l’esplosione e poi la seconda, terribile, un botto cosmico. Nell’oscurità vedemmo una fiammata innalzarsi verso il cielo. “Cristo, diritto sulla luna, Vai Rognoni fatti onore!!!” Nell’oscurità vedemmo apparire di lontano i fanali di una macchina, facemmo un po di retro per osservare il primo incredulo visitatore. Erano due coppiette di sbarbatelli con il vetturone del babbo a prestito, adesso avevano materiale da raccontare per settimane ai loro confratelli di discoteca. Nel mentre noi due prendemmo una stradina che portava a ritroso sulla statale lungo il boschetto. Arrivammo giusti giusti mentre uno dei pisquani chiamava il 113. Dio che meraviglia avevamo un alibi anche per quello. Quattro fresconi eccitati dalle fiamme che ci avevano visti arrivare dritti dritti dalla parte opposta al lancio spaziale. I primi ad arrivare furono i poliziotti con un ritardo netto di 25 minuti dal lancio, ormai il secondo stadio del vettore si era sganciato negli spazi siderali e l’animaccia del Rognoni veleggiava in assenza di gravità nei freddi siderali. I pompieri arrivarno con 40 minuti di ritardo. Uno scandalo se permettete cazzo!! Era davvero troppo tardi, eccolo là il Rognoni immerso negli anelli di Saturno, grazie alla spinta gravitazionale del pianeta avrebbe adoperato l’effetto fionda per uscire definitivamente dal sistema solare. Amen! Le ore passavano, si era fatto chiaro e il capannello di curiosi stava scemando. Decidemmo per il rientro, la nottata era stata lunga e perigliosa e non si era pescato niente. Tempo perso per il cazzo.
Il giorno dopo andammo in commissariato a dire la nostra, che poi era un meno di zero. “Si noi siamo arrivati lì e abbiamo visto il mercedes bianco fermo…e il fuoco……no non so come sia stato….no…non ho sentito lo scoppio, ascoltavo la radio….si faceva un giro….si credo di si…sa, noi siamo gente che lavora di giorno….la pesca…ma non ce la siamo sentita di andarci eravamo impressionati…si ecco la licenza.” Bene grazie e arrivederci! Il Ciocco fece lo scimmiotto e questo gli veniva da Dio, che volere di più dalla vita…uno stracazzo di Lucano magari?
Al bar non si parlava d’altro, del vecchio porco che si era fatto saltare in aria a casa magari perché aveva bevuto…quel vecchio maiale. I capitan coraggio saltavano fuori come funghi. “se lo meritava, gli avrei spaccato le ossa se solo lo vedevo girare intorno alla mia ragazza” “Poco ci mancava che un giorno gli sparassi col fucile da caccia…a quel porco guardone…se l’he meritata!”. Eccoli là come un branco di iene addosso alla carogna frolla che imputridisce, belli tronfi, ma che vergogna. “Ma in fin dei conti era un povero disgraziato, senza famiglia, senza niente, faceva più pena che schifo!” mi intromisi. “Che ne sai te Mirko di quello, mica c’hai na figlia o na ragazza…sempre chiuso dentro quell’officina, che cazzo ne sai!” Giusto che cazzo ne potevo sapere io. Intanto i giorni passarono e si venne a sapere che del Rognoni se ne erano trovati dei brandelli qua e là mezzi carbonizzati e se non fosse stato per un pezzo di faccia abbrustolita con quattro denti attaccati manco si sarebbe potuto dire che quel poco che rimaneva di ciccia carbonizzata fosse stata la sua. Poi saltò fuori che avevano trovato un pezzo di panza con mezzo stomaco assalito da vermi e che le analisi davano quasi per certo che si era sgollato molto alcool il buon Rognoni. La solitudine fa questi effetti, uno beve, beve si dimentica il bricco e la bombola di ricambio in casa, s’addormenta e si ritrova proiettato al centro del sole come uno stronzo a spasso nello spazio. Tutto molto triste. Il tempo ha sanato queste ferite, tutto è ritornato normale. Io mi sono trovato una fidanzata con i fiocchi, si chiama Emanuela ed è una topina davvero bella. Suo babbo ha un supermercato e gli piacerebbe che lavorassi con lui. In effetti l’officina mi ha un po rotto le palle e devo davvero mettermi in ordine per una vita decente. Dimenticavo, il povero Ciocco l’anno dopo il fatto s’era comperato una moto davvero tosta, peccato fosse un po duro come pilota e ha reso l’anima su un tiglio al km 36 della statale 28. Pace all’anima sua, se avrò un figlio lo chiamerò Maurizio, in sua memoria.
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Il Pacco 4.444
Il radio giornale delle 19.30 inizia la sua litania di notizie sempre uguali, non ho alcuna voglia di ascoltarlo e pigio il tasto di ricerca sul display della radio digitale mentre innesto la quinta e mi assaporo la spinta del motore fluido e potente di questa BMW serie sette.
Guardando fuori dal finestrino vedo il sole che inizia a stemprarsi in rossi sempre più densi mentre nella sua parabola discendente corre verso l’orizzonte di questa bella campagna.
Davvero questa macchina è fantastica, anche se fuori è agosto e il caldo umido fa appiccicare la camicia alla pelle qui con la regolazione della temperatura sono fresco e asciutto. Sento appena la lieve effusione del profumo Versace che lentamente dal mio petto evapora. Mi guardo allo specchietto per incontrare una sezione del mio volto che mi rimanda subito la certezza che sono in ordine. Viso curato, la barba appena fatta, una abbronzatura perfetta che conferisce al mio sguardo qualcosa di ferino, decisamente maschio. Devono essere le mie iridi di questo marrone talmente fondo da confondersi quasi con il nero della pupilla che mi fanno piacere, che mi rendono piacere nel guardarmi. Lo ammetto mi curo, ho rispetto del mio corpo e lo nutro a dovere, lo esercito ad essere sempre pronto, flessibile, vigoroso, bello al vedersi. Odio chi si ingigantisce sotto lo sforzo inutile di estenuanti sedute di palestra, una fatica superflua per fare risaltare una muscolatura che rende goffi, fa dell’uomo un pupazzo, una macchietta per commenti risibili da donnette al mercato. Io ho bicipiti proporzionati al mio peso forma, quadricipiti scolpiti lievemente solcati da vene scure che conferiscono loro la tensione controllata del corpo atletico ma non culturista. Questione di stile, questione di rispetto di se stessi. Guardo le mani poggiate al volante, curate anch’esse, con le unghie tagliate e limate. Sul medio della mano destra noto il leggero pallore della pelle dove la fede nuziale che solitamente porto lascia il suo lieve segno. Ogni volta che sono al lavoro la tolgo, un gesto riflesso credo. Prima di iniziare la ripongo dentro una piccola custodia d’argento che tengo nella tasca interna della giacca o del paltò nei mesi invernali. Non mi piace l’idea di commistione tra famiglia e lavoro, sono due cose distinte, separate che non hanno nulla in comune. Professionismo anche nel dettaglio. La radio non fa altro che trasmettere musica da discoteca o fiacchi motivetti che periodicamente come tormentoni ineludibili trasmigrano da una stazione all’altra. Le case discografiche, le emittenti televisive musicali devono spendere un bel po di quattrini per foraggiare il loro marketing spingendo i loro autori sull’emittenza locale o piazzandoli in qualsivoglia programmucolo televisivo. Penso che siano in fondo delle risorse mal gestite, dovrebbero puntare sulla qualità, incoraggiare degli autori con idee nuove…un po di coraggio e invece nulla. Spengo la radio e inserisco un cd. Mina i classici. Adoro questa sua voce, splendida, raffinata, tagliente e calda. Forse e meglio che rallenti non vorrei incappare in una pattuglia della Polstrada, diventerebbe imbarazzante essere fermato e poi essere costretto a dar spiegazioni del pacco nel bagagliaio. Magari lo potevo mettere nel sedile posteriore ma sono sicuro si sarebbe notato troppo. Porto l’andatura sotto i 130, non cambia poi molto sulla tabella di marcia anzi a ben pensarci sono in netto anticipo. Prendo il cellulare e chiamo Sara mia moglie. Il telefono trilla un po poi sento la sua voce rispondermi.
“ciao, sono io, siete già tornate dalla piscina?”
“Ciao Massimo, si siamo già a casa, Luisa è fuori in giardino, sta organizzando il party per le sue bambole, non ne vuole sapere di salire a farsi la doccia…figlia testarda sai! Deve aver preso da te.”
Sorrido immaginandomi la mia “piccinina” intenta a disporre tavolinetti di plastica per il piccolo party lillipuziano per le sue bambole.
“Massimo credi di esser a casa per cena?”
“Mi sa tanto di no Sara, sono ancora molto indietro e devo ancora vedere l’ultimo cliente, una seccatura, penso che andrà un po per le lunghe. Non aspettatemi, cenate, quando arrivo io me la cavo da solo, lo sai che sono un cuoco provetto!”
La sento sorridere e mi immagino quel suo largo sorriso che le conferisce quell’espressione unica. La mia Sara, otto anni di matrimonio e mi sento ancora innamorato di lei come quando ci siamo conosciuti il primo anno di università.
“Ok signor cuoco noi mangiamo i ravioli della nonna tu arrangiati con la solita scatoletta di tonno; non è il piatto che ti riesce meglio?”
“Esatto…esatto…ciao ci vediamo dopo…bacio!”
Spengo e ritorno a concentrarmi sulla strada. Mi viene da pensare a mia figlia, tra un mesetto e mezzo farà la seconda elementare. Spero che non si trovi ad aver a che fare con le stesse stronze maestre dell’anno scorso. Mi viene in mente quando un pomeriggio rincasando l’ho trovata col visino affranto perché una delle galline le aveva rifilato uno schiaffo. Il giorno dopo sono corso alla scuola per parlare col direttore. Ho fatto una raccomandata al distretto scolastico e una denuncia alla polizia. Quella stronza isterica l’ho fatta mettere in riga dal mattino alla sera. D’accordo, ho ritirato la denuncia ma ho preteso scuse formali e l’assicurazione che mia figlia non avrebbe mai più avuto a che fare con povere malate come quella. Picchiare mia figlia per una sciocchezza poi. Da non credere. Mi bolle il sangue a pensarci. Passano un po di chilometri e il cell trilla. Attivo il viva voce.
“Si pronto.”
“Dove sei?”
“Ciao…diciamo in dirittura d’arrivo, passo Ferrara Sud poi prendo la strada dei lidi….diciamo 50 minuti circa, traffico permettendo.”
“Ummh…e il pacco come è messo?”
“Sta nel portabagagli, come la volta scorsa, stesso procedimento, credo che buche a parte non si sia rotto nulla…almeno credo…e poi dai di che ti preoccupi!”
il cell tace per un attimo poi risento la sua voce:
“Si si il trasporto non mi preoccupa più di tanto ma è il caldo…sai non vorrei…diciamo non vorrei che si deteriorasse.”
“Vabbè, fammi trovare una piazzola e poi ci do un’occhiata…va bene così…ti tranquillizza?”
“Ecco bravo..si fai così..se tutto è a posto non richiamarmi…ti aspetto qui,,,intanto preparo qualcosa.. ok?”
“Ci vediamo lì più tardi…ciao.”
Chiudo il cell e lo spengo, per questa sera basta telefonate, devo prepararmi, il lavoro è lavoro nulla và fatto a metà altrimenti sulla piazza mi rovino il nome e se succede sono fuori definitivamente. Credo di aver almeno altre tre quattro anni buoni di attività poi giuro che mi ritiro. Non è il rischio che mi fa dire questo ma l’età e poi la tensione nervosa che con l’andare del tempo aumenta…potrei rischiare di ritrovarmi il lavoro che invade la mia vita personale e sarebbe un disastro. Penso che il mutuo per la casa ci terrà stretti per un altro paio d’anni poi anche quello mollerà. L’attività di Sara va bene e io potrei tranquillamente piantarla con tutte queste trasferte e riprendere la mia attività di fotografo, in fin dei conti tutto è partito da lì e mi sembra giusto che lì debba ritornare. La segnaletica indica un grill a 2500 metri, rallento la corsa, decido di fermarmi per una spremuta, ho la gola secca e poi così prima del rientro in corsia potrò dare un’occhiata al bagagliaio tanto per accertarmi se il pacco è a posto. Parcheggio la macchia e mi incammino verso il grill. All’interno la solita umanità varia e i volti indifferenti della cassiera e dei baristi. Ordino la mia spremuta mentre mi perdo con lo sguardo sui panini esposti. Appena fuori trovo il tempo di fumarmi una sigaretta. Cerco di stare basso con questo vizio, al massimo cinque sigarette al giorno. Prima o poi la devo smettere ma se consideriamo che prima ne fumavo almeno un pacchetto al giorno posso dire che sono sulla buona strada.
Salgo in macchina e riparto ma prima di uscire dall’area di servizio accosto un attimo e passo a controllare il pacco. Apro il bagagliaio e lo vedo. Avvolto nel domopack con le caviglie e i polsi legati da nastro isolante nero il tizio sta coricato con le ginocchia ripiegate sul petto e le braccia dietro la schiena. Una sorta di incaprettamento senza il lacciolo che corre dalle caviglie al collo. Alla bocca ha un boccaglio rosso legato dietro la nuca e riavvolto con dell’altro domopack. Lo guardo bene, non mi sembra messo male più del dovuto. E’ sudato d’accordo e mi pare pure che si sia pisciato sotto ma non cose gravi. Lo fisso negli occhi per un attimo. Ha quello sguardo perso da bambino frignante messo in castigo nella camera buia. Credo che voglia dirmi qualcosa ma me ne disinteresso, gli soffio contro le ultime boccate di fumo azzurrino tanto per farlo tossire un po e poi riabbasso il portellone. Devo dire la verità: le prime volte, quando ho iniziato intendo, certe situazioni mi imbarazzavano, provavo un senso di pietà per alcuni soggetti, o meglio oggetti, del mio lavoro ma con il tempo questa inquietudine si è andata smorzando, una sorta di adattamento emotivo. In fin dei conti è il lavoro, il contratto lo prevede, niente di personale insomma. Riaccendo la radio, regolo la temperatura dell’abitacolo e riprendo la strada. Quando arrivo a Ferrara esco dall’autostrada e imbocco la statale per i lidi. Percorro velocemente questo tratto con il sole alle spalle che spande la sua luce sempre più ammorbidita. Per arrivare sul posto devo percorrere una stradina laterale che porta al limitare di una pineta dove, sparse e ben distanziate tra loro, ci sono alcune case alcune delle quali coloniche. Molte di queste sono state ristrutturate, hanno tutte le comodità e durante i fine settimana qui si ritrovano famiglie, gruppi di amici e coppie clandestine per passare qualche ora in santa pace. Io mi dirigo verso una di queste. La proprietà è delimitata da un portone con grosse sbarre in ferro pitturato di nero e da una recinzione muraria alta più di due metri. La casa è circondata da un giardino dove alberi sempre verde la fanno apparire immersa in una penombra costante. Arrivo e suono tre volte il clacson. Il cancello si apre e io infilo la macchia dentro. Da una delle finestre vedo il volto di lei che mi fa un cenno di saluto, apre la finestra e mi dice:” Lo porti dentro tu o vuoi una mano?” “Mi arrangio da solo non preoccuparti.” Rispondo. Apro il portabagagli e con una strattonata metto il tizio a sedere sul fondo del vano, gli stappo il domopack dal corpo e dalla faccia. Prima di slegargli i polsi prendo le manette e gliele infilo. Lo guardo di nuovo e gli sorrido sardonico. “Dai stronzo che siamo arrivati alla cuccia preparati.”
Mugugna qualcosa di incomprensibile mentre gli slego le gambe. Con una trazione lo faccio saltar fuori dalla macchina e dopo avergli messo un collare lo lego al guinzaglio e lo faccio muovere a quattro zampe sul ghiaino che porta verso la porta dell’abitazione. La porta si apre e oltre l’uscio vedo lei già pronta. Indossa un paio di calze a rete autoreggenti, niente mutandine, ha la figa completamente depilata che sembra uno spacco roseo su un corpo abbronzato fin troppo. E’ lievemente soprappeso con i seni abbondanti da matrona racchiusi in un reggipetto color nero. Porta dei bracciali in pelle nera con piccole borchie argentee. I suoi capelli, tinti, sono di un biondo esagerato, direi volgare, molto volgare. Questa donna ha due occhi azzurri di una freddezza glaciale e un’espressione del volto dura e sprezzante. Le vado in contro e la prima cosa che fa e mettermi una mano nella patta mentre carezza la testa del tipo pelato ai nostri piedi che le si avvicina e le fa le feste davvero come un cane antropoformizzato. “era ora, dai andiamo sono già pronta…vuoi qualcosa anche tu per metterti a tuo agio?” mi chiede con una voce talmente conturbante che stimola la mia eccitazione. “No adesso no, porto il cane nella sala giochi, portami qualcosa di fresco magari intanto che lo preparo.” Lei ammicca e si stacca da me mentre io porto lo schiavo nella stanza preparata per la seduta. La stanza è un salone con le finestre chiuse e ricoperte da tende scure e spesse. Alle pareti nessun mobile se non una cassapanca allungata dove in bella mostra ci sono alcuni pratici accessori. Alcuni vibratori di varia foggia, dei boccagli a palla, una paletta, dei frustini, diversi tipi di catenelle con mollette metalliche. Nel mezzo del locale una panca con fibbie infisse ai piedi dove legare gli arti. Nella parete opposta una croce di S.Andrea completamente nera con anch’essa fibbie e laccioli posizionati a varie altezze. C’è anche una sedia, credo che useremo quella. Strattono il tipo e dopo avergli sganciato il collare gli ordino di mettersi in ginocchio con il capo verso il basso e che non s’azzardi a rialzarlo pena una punizione a base di schiaffi prima ancora che la sua padrona arrivi. Ubbidisce.
Prendo una delle mascherine in cuoio che stanno adagiate sulla panca e gliela infilo on testa. Ha i fori per gli occhi e una cerniera sulla bocca, la apro perché deve lasciare spazio al boccaglio a palla. Lo spoglio nudo come un verme e lo lascio li in ginocchio. Ha il ventre cadente e i muscoli pettorali flosci con una leggera peluria grigia che lo rendono ancor più patetico. Lei arriva in quel momento, ha in mano uno specchietto con un paio di righe di coca. Si poggia a sedere sulla panca e ne tira una con una cannula d’argento di fine fattura. “Vuoi?” mi fa. Accetto lo specchietto con la polverina e aspiro con violenza. E’ un piacevole calore quello che mi prende, “Dai mettiamoci al lavoro” dico subito dopo.
Lei mi si avvicina e mi bacia con forza, sento la sua lingua farsi largo tra le mie labbra, mi succhia la lingua mentre insinua una mano dentro la mia camicia. Il cane intanto rialza la testa, lei si volta e vedendolo si stacca dalla mia bocca e gli ride forte in faccia prima di rifilargli uno sberlone da incubo. “Chi ti ha detto di guardare stronzo?” gli sibila vicino alla faccia. Si rigira subito verso di me e indietreggia verso il volto del tizio parandogli difronte il culo. “Baciamelo stronzo” Il tizio sporge le labbra e bacia le natiche cadenti della sua padrona. Nel frattempo lei mi spoglia, mi toglie la camicia e mi abbassa i pantaloni. Da una bordatura di una delle calze estrae un piccolo lacciolo nero con borchette argentate e me lo infila alla base del cazzo, davvero conturbante. Siamo pronti. Lei si rigira nuovamente e prende per la catena attaccata al collo il cane e lo trascina verso la sedia.
“Prendi il vibro nero dai” mi intima.
Non me lo faccio ripetere e lo raccolgo dalla cassapanca.
Glielo passo come un assistente passerebbe il bisturi ad un chirurgo, lei lo lecca in punta e poi lo poggia sulla sedia e infine intima al cane di sedersi. Il vibro gli sale nel culo lasciando nell’aria il lieve rumore bianco del suo ronzare. “Dai fottimi adesso” mi ordina.
IO le vado dietro e la prendo per i fianchi prima di penetrarla. Siamo a terra davanti agli occhi sbarrati del tipo che seduto sulla sedia fissa negli occhi sua moglie che mugolando rotea la linguina fuori dalla bocca. “Scopami, sbattimi, dai maiale, fammi godere come questa merda non riesce a fare!” ha la voce rotta e calda, ansima pesantemente, gode.
La scopo con forza e sento il sudore che mi corre giù per il petto e la schiena, mi concentro con la vista sul cordoncino nero torchiato alla base del mio cazzo che vedo scomparire sul limitare della sua vulva. Vado avanti così, distaccandomi dalla scena circostante, la durata è uno dei miei pregi, i clienti mi chiamano anche per questo.
Sento che sto per venire e stringo più forte le sue natiche, poi la sculaccio ripetutamente al ritmo dei suoi ansimi. Vengo con un rantolo basso di petto. La sendo godere anche lei. Allora si stacca e con la figa gocciolante si avvicina al cane e gliela sbatte davanti agli occhi poi con una mano lo carezza sul sesso e in un silenzio rotto solo da ansimi brevi ed isterici viene anche lui.
Nel mentre io mi sono seduto sulla cassapanca e mi asciugo la fronte dalle goccioline di sudore che la imperlano. “Accendi la luce grande dai che lo slego” mi fa lei. Ubbidisco.
Dopo un po il Notaio Branzini sta in piedi abbracciato alla sua gentile moglie la Dott.ssa
Lermi famosa commercialista felsinea. Da parte mia mi sono già ricomposto e uscendo faccio loro cenno che li aspetto in salotto di là. Sono teneri nel vederli abbracciati mentre si sbaciucchiano come due diciottenni. Dopo un po mi raggiungono, prendiamo un caffè insieme chiacchierando del più e del meno. Guardo l’orologio e sono già le 23.00, ho ancora 100 km prima di ritornare a casa. Ci accordiamo per un altrio incontro per il mese prossimo, mi congedo da loro salutandoli calorosamente mentre con una mano prendo l’assegno circolare che l’avvocato mi porge. Uscendo prendo la mia macchina e guardo la bmw serie sette che anche io vorrei avere. Prima o poi me la compero, dico sul serio. Prendo la via del ritorno lanciando uno sguardo allo specchietto retrovisore. Mi rimanda una sezione del mio volto. Intuisco di essere a posto, una lieve ombreggiatura sul mio volto mi segnala che la barba sta ricrescendo, un lieve gonfiore sotto l’occhio nero e caldo mi avverte che ho bisogno di un sonno riparatore delle fatiche quotidiane. Ho cura di me, rispetto del mio corpo. Nel riprendere l’autostrada mi fermo ad un altro grill, bevo un altro caffè e da uno scaffale prendo dei dolciumi e un giocattolino per la mia “piccinina”.
Quando arrivo a casa le luci sono spente. Porto la macchina in garage e mi fermo un attimo in giardino, il caldo ha fatto ingiallire l’erba, domani provvederò a bagnare un po il prato, fisso le bambole di mia figli a abbandonate in un angolo del giardino. Sorrido. In casa regna il silenzio e faccio di tutto per mantenerlo. Spio in camera da letto e vedo Sara che riposa immersa nel sonno del giusto. Entro di soppiatto nella cameretta della piccola e ripongo il giocattolo e i dolciumi sul suo comodino. Sorrido in silenzio prima di dirigermi al bagno. Sotto la doccia penso che ci vorrebbe un impianto a goccia per il giardino, ma ci penserò domani, magari nella mattinata prima di prendere la mia famigliola per andare a pranzo da mia madre. E’ bello essere a casa.
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